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Salvatore Gulino

Ecce Homo

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Ecce Homo


Da piccolo, quando ascoltavo le conversazione dei “grandi”, nella mia mente si affollavano termini spesso incomprensibili che assimilavo aimè malamente, forse perché venivano pronunciati malamente, anzi sicuramente per quello. Era un po’ come quando canticchiamo una canzone in inglese riproducendo suoni a caso e non parole sensate. Non c’è storia, nella classifica dei termini più misteriosi captati nella mia infanzia, vince senza alcun dubbio l’ecciòmu”. Una sequenza di lettere, soltanto un suono e nessuna idea di cosa volesse dire. Nella mia testa aveva lo stesso senso che po’ avere una serie di numeri, di un codice dal suono buffo, l’unica certezza ascoltandolo era che si trattasse di una chiesa e del quartiere che le stava intorno.

E’ stata l’acquisizione della capacità di leggere (viva l’istruzione) ad insinuare il primo dubbio. Intorno ai sei anni, entrando in quella magnifica chiesa dagli interni bianchi e blu, una scritta sulla statua di un uomo insanguinato e sofferente richiama i miei occhi curiosi. Quelle lettere tutte insieme somigliano decisamente a quel suono “Ecce Homo”. Il “codice” dunque si compone di ben due parole e di un articolo. Ciò ovviamente non bastò a darvi il significato profondo che avevano, per quello sarebbero servite ancora tante domande ai “grandi” e qualche anno di catechismo. Ecco l’uomo ,è questo dunque il significato di quella “canzone” in latino balbettata inconsapevolmente tante volte. Pilato, con quelle parole indica alla folla inferocita il Cristo flagellato pensando vanamente che questo bastasse a placarne l’ira.

Di un uomo e delle sue sofferenze si tratta e non solo di una chiesa e del suo quartiere, “Ecce Homo” è un dito puntato sull’ingiustizia e sulla fragilità della condizione umana.


immaginAzione

La chiesa dell’Ecce Homo a Ragusa è senza dubbio una delle sue più belle, posta in cima all’omonima via dà il nome anche al quartiere che le è sorto intorno e che è uno dei più noti e popolari della città. L’interno è caratterizzato da una raffinata decorazione bianca e blu e da una splendida vetrata raffigurante un Cristo coronato di spine dell’artista Duilio Cambellotti.

La luce proveniente dal portone spalancato, quasi fosse il dito di Pilato, sembra indicarmi quell’uomo affaticato dalla salita e dalla pioggia battente e quel suono riecheggia nuovamente per un istante tra le navate: “Ecce Homo” ed io torno bambino.

Già in un altro giorno di pioggia questa chiesa è stata protagonista di un mio scatto, riguardandolo mi accorgo oggi che sembra dialogare curiosamente con quest’ultimo e la Fotografia mi stupisce una volta di più. Ve lo ripropongo invitandovi  cliccare su questo link “Il tempo di una fotografia”


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© Fotografia e testi di proprietà di Salvatore Gulino

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