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Salvatore Gulino

A CHI VIVEVA QUELLA DIMENTICATA BELLEZZA

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A CHI VIVEVA QUELLA DIMENTICATA BELLEZZA

E’ distesa sulle colline del suo altopiano Ragusa Ibla.


E’ distesa sulle colline del suo altopiano Ragusa Ibla, oggi come allora, con le sue case, i suoi tetti, le cupole e il Barocco ma non sembra tanto poggiarsi sul territorio quanto emergere da esso; è fatta dei suoi materiali e della sua luce, ne asseconda le forme, ne segue i profili e ne subisce i movimenti. Un terremoto ne ha travolto vita e strutture nel 1693, la vitalità della sua gente l’ha riedificata in forme monumentali dalla bellezza universale e la luce infinita dei monti Iblei ha fatto il resto, la dipinge e ridipinge con i suoi colori caldi in Autunno e accecanti d’Estate, come un’artista sensibile cerca di raccontarla, di capirla, in un infinito lavoro di ripensamenti e nuovi tentativi, perché è sfuggente la sua essenza.

Si nutriva l’antica Ibla del suo territorio, dei suoi prodotti, della sua acqua e dell’operosità dei contadini che coltivavano le fiumare che la circondavano, generata da questa terra, da essa nutrita, a volte castigata ma sempre amata è stata cresciuta come una figlia da un’amorevole madre. E lei ricambiava, era grata Ibla alle sue colline, ai suoi frutti e al suo popolo, era riconoscente e a loro offriva i suoi doni. Fioriva in nuove forme, le sue scenografie, i suoi vicoli e le chiese si proiettavano tutto intorno come un ringraziamento perenne.

Era ed è inscindibile Ragusa Ibla dalla sua terra, dialogano madre e figlia, uno scambio utile che ha conosciuto lunghi e dannosi silenzi. Litigano i padri e i figli quando non si riconoscono più. L’abbandono delle campagne e le nuove tecniche colturali hanno accompagnato un declino che per decenni ha minacciato la città, tradita da un miope progetto di progresso che l’aveva posta ai margini, che la riteneva inadeguata ai tempi “moderni”. Si fuggiva dai suoi “chiassi” e dalle sue piazze e senza i suoi teatranti la scenografia invecchiava in solitudine, si offuscava il suo splendore. Oggi il dialogo è ripreso e la città rivive della riscoperta di se stessa e di ciò che la circonda, dei suoi struggenti panorami e dell’enogastronomia, della sua gente e di un nuovo modello di sviluppo che ha ritrovato quell’antico e fruttuoso dialogo tra quello che oggi è il quartiere barocco di Ragusa, patrimonio dell’Umanità UNESCO e la sua campagna.

Adesso Ibla è tornata ad affascinare chi la visita, seduce registi e intellettuali, artisti e fotografi che cercano di catturarne la bellezza; bellezza che va cercata lì dove nasce, in quel rapporto strettissimo tra terra e città, tra luce e architetture, tra gente, cibo e cielo. La scena si è animata di nuovo, sono tornate le voci e l’operosità dei ragusani che si erano lasciati distrarre, che avevano perso di vista il valore dell’eredità dei loro padri e che oggi si stupiscono essi stessi del successo di questo pezzo di Sicilia. I set cinematografici e i grandi successi televisivi del Commissario Montalbano più che far scoprire le nostre bellezze al resto del mondo hanno avuto il maggior merito di riaprire gli occhi a chi viveva quella dimenticata bellezza, senza preoccuparsene, senza rivendicarla. I “luoghi di Montalbano”, le strade battute dalla sua vecchia Fiat Tipo, le chiese dei funerali della fiction e le case dei “puvirazzi” che animano i romanzi di Andrea Camilleri non sono altro che le nostre strade, sono le chiese dei funerali dei nostri nonni, sono le case dove vivevamo da piccoli ma adesso ci siamo accorti del loro valore. E’ stato un bene.

Alcuni occhi, la maggior parte, si erano chiusi. Altri intanto restavano spalancati sulla città quasi in attesa.

In Fotografia nessuno è stato più vigile di Giuseppe Leone, un poeta delle immagini, fonte di ispirazione per me e irrinunciabile riferimento per chi ha l’ardire di “catturare” Ragusa in uno scatto. Chi ama questa città e la Fotografia non può rinunciare a fare un viaggio tra le sue fotografie, vi troverà colto quell’inafferrabile dialogo di cui ho scritto fin qui.

L’immagine che ispira questo articolo è un mio tentativo di cogliere il rapporto tra la città e il mondo intorno, il borgo attraversato dalla luce e dalla nuvole dell’altopiano ibleo si arricchisce di nuove suggestioni e il paesaggio piacevolmente adorno delle sue architetture sembra impreziosito da un bel gioiello; sembrano mescolarsi l’uno nell’altro in uno scambio continuo.


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© Fotografia e Testi di proprietà di Salvatore Gulino

 

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