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Uno sguardo sul passato


Pioverà tra poco, meglio portare l’ombrello.

L‘autobus che da Ragusa scende verso Ibla è quasi sempre puntuale ma meglio non correre rischi, ad una certa età mal si sopporta l’acqua sulle ossa e del resto di rimanere a casa non se ne parla nemmeno. E‘ piccola casa mia, come la maggior parte di quelle che il destino ha assegnato a noi povera gente ma da quando ci vivo da solo mi sembra fin troppo grande. Con lei era diverso, con lei tutti gli spazi avevano un senso, adesso invece spostarsi da una stanza vuota all’altra vuol dire solo accorgersi della sua assenza ed esco, anche se piove, specie se piove.

Già i pomeriggi di sole sono interminabili per chi non ha nulla da fare, figuratevi uno di pioggia, così un giro in autobus senza aver dove andare diventa un impegno a cui attaccarsi per dare senso ai giorni. Devo percorrere pochi passi fino alla fermata, per raggiungerla passo ai piedi delle scale della chiesa di Santa Maria costeggiando una balaustra in pietra che si affaccia sulla città ed ogni giorno mi fermo qualche istante ad osservarla dall’alto. Il mio è uno sguardo sul passato, sulla vita che ho vissuto fin qui, quella che ho vissuto tra queste case, tra questi tetti e tra queste finestre di cui  un tempo nemmeno mi accorgevo e che oggi tanto mi parlano dei miei giorni ormai andati. Da qui posso distinguere buona parte delle case di amici e parenti, alcune sono ancora aperte, altre si sono ricoperte di piante infestanti e mi si stringe il cuore.

Anche la città mi osserva, mi strizza l’occhio per consolare la mia solitudine ed ogni tanto mi regala una magia, un ricordo.

Ogni via, ogni chiasso, ogni scalinata mi riporta alla mente frammenti diversi di un quotidiano lontano e io ne scelgo uno in cui perdermi per qualche istante. Oggi ritrovo la strada che mi portava a scuola, chiudo gli occhi, la ripercorro come in passato tra panni stesi al sole e muli legati davanti alle porte, corro veloce con le mie scarpe dure e i calzoni corti sulle basole bianche, lisce e forti come le mie giovani gambe. Incontro come ogni mattina Vanni e Turi che mi aspettano ad uno di quei mille angoli.

Siamo inseparabili e qualcuno come sempre al nostro passaggio urla: ” cani a dui e picciotti a unu ! ” *. Anche i vecchi saggi sono stati giovani ma devono averlo dimenticato se ci credono più dannosi di un branco di cani; noi dei randagi abbiamo solo la fedeltà l’uno per l’altro e la mancanza di padroni, ci sentiamo liberi e determinati a non diventare mai saggi. Quel giorno, al ritorno da scuola, appena arrivati davanti a casa di Vanni decido che prima o poi sarebbe diventato mio cognato! Su uno dei tre gradini che dalla strada salgono alla stanza a piano terra dove vive con la madre ed altri tre fratelli, è seduta Rosa, si lei che oggi tanto mi manca.

Quando lo dissi a Vanni più che mio cognato sarebbe voluto diventare il mio assassino, ma alla lunga il legame tra noi giovani randagi è stato più forte della sua gelosia fraterna ed oggi rivedo anche lui orgoglioso salire le scale della chiesa con al braccio la nostra amata Rosa vestita di bianco. C‘era gente su tutte le scale…

Un maledetto clacson mi riporta al presente, riapro gli occhi senza aver aperto ancora l’ombrello, non mi sono accorto che sarebbe servito. 

Zuppo d’acqua non torno a casa ad asciugarmi ma salgo sull’autobus che aspetta il mio ritorno dal passato. Dal finestrino appannato mi accorgo che qualcuno sta scattando fotografie, ormai a Ragusa vengono i turisti ma quel ragazzo lo conosco, lo vedo spesso in giro da queste parti ad osserva come me la città e mi chiedo cosa vada cercando, cosa abbia Ibla da raccontargli, magari avrà come me i suoi ricordi e mi sento già meno solo.

Il mio film per oggi termina qui, poggio le mie spalle fradice sul solito sedile in plastica e come l’acqua sulla pelle, lascio sul cuore tutta la semplice armonia di quei giorni, la frenesia di un tempo in cui tutto doveva ancora accadere, ad ogni angolo una promessa spesso mantenuta e questa inutile giornata si salva. Si scrolla di dosso la tristezza della pioggia e le ore restanti possono consumarsi con meno fatica perché sono certo di essere stato felice, di conservare ancora dentro tutta quella gioia che a volte improvvisa riemerge. Aspetto con ansia che accada ancora, basterà solo buttare un altro sguardo sul passato.


L‘immaginAzione di oggi ruota intorno a questo scatto del 2010 ai piedi della Chiesa di Santa Maria delle Scale, tra Ragusa e Ibla. Esco a scattare fotografie nelle pause dal lavoro e quindi quasi sempre nelle stesse ore del giorno, ecco perché incontro anche le abitudini degli altri. Spesso questo signore esce di casa e aspetta il suo autobus alla vicina fermata, nell’attesa si guarda sempre intorno ma quel giorno era intento ad osservare la città come se fosse la prima volta. Il suo sguardo rivolto verso la Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio mi ha fatto pensare che stesse ricordando qualcosa del suo passato.

Qualcuno mi ha detto che fotografare la gente di spalle è fin troppo semplice, i grandi fotografi si confrontano con il soggetto guardandolo negli occhi. Sarà pur vero ma per me immaginare vale quanto osservare.

* “cani a dui e picciotti a unu !” ovvero “i cani in coppia ma i ragazzi meglio da soli !” è un proverbio ragusano che i nonni spesso ci urlavano dietro.


immaginAzioni photoblog

© Fotografia e Testi di proprietà di Salvatore Gulino

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11 Gennaio 2016

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